Stagione Lirica Estiva 2026
L’arca di Noè
Musica di Benjamin Britten
Teatro Chiabrera,
Savona
sabato
6
Giugno, ore
18:00

Libretto basato sull’English Miracle Plays, Moralities and Interludes
Prima rappresentazione: Oxford, Chiesa di San Bartolomeo, 18 giugno 1958
| Personaggi | Interpreti | |
|---|---|---|
| La voce di Dio | Carlo Deprati | |
| Noè | Matteo Peirone | |
| Moglie di Noè | Linda Campanella | |
| Sem, Cam e Iafet | Sara Ilic, Alice De Giovanna, Denise Colla | |
| Mogli di Sem, Cam e Iafet | Beatrice Ballo, Debora Tresanini, Valeria Laino | |
| Mogli chiacchierone di Noè | Nicoletta Storace, Mosquera Johanna |
Direttore Massimiliano Piccioli
Regia Jacopo Marchisio
Aiuto Regista Michela Castellani
Scene Liceo Giordano Bruno di Albenga, Sezione di scenografia
ORCHESTRA SINFONICA DI SAVONA
Coro e orchestra degli studenti delle scuole a indirizzo musicale di Savona e provincia
Nuovo Allestimento
Benjamin Britten tra umano e divino
Iniziare un viaggio nel mondo di Benjamin Britten (Lowestoft, 1913 – Aldeburgh, 1976), del quale quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte, significa intraprendere anche un percorso all’interno della sua anima, senza stupirsi nello scoprire come la sua “umanissima spiritualità” – per dirla con Alessandro Macchia – sia sempre stata parte integrante della sua ispirazione (forte della sua fede, lo stesso Britten dichiarò che, forse, la sua produzione era tutta composta per la maggior gloria di Dio).
Precocissimo talento musicale e figura chiave della musica britannica del XX secolo, Britten ha avuto il merito di coniugare la modernità del linguaggio musicale all’accessibilità, tenendo come punto fermo l’attenzione al testo. Senza percorrere necessariamente certe astrazioni della sperimentazione, ha fatto della voce umana un elemento portante della sua produzione, fino a ridefinire i parametri dell’opera inglese restituendole un’identità precisa grazie alla quale gli è stato possibile ripopolare la scena di figure marginali, unite da un fil rouge (cristianissimo) che vuole l’innocenza gracile fino al sacrificio esposta costantemente alla violenza del mondo.
Visionario, obiettore di coscienza durante la Seconda Guerra Mondiale, latore di una virilità “dissidente”, attento ai temi morali, non ascrivibile a questa o quella corrente, disinteressato all’arte come mero esercizio di stile, affettuoso conoscitore del passato, Benjamin Britten è esponente di un cristianesimo improntato al concetto di Personalismo comunitario di Emmanuel Mounier e si comprende come, dunque, sostituendo al concetto di individuo quello di persona, sia possibile leggere sotto una luce umanissima le sue partiture ma anche e soprattutto il suo impegno sociale e educativo.
Sebbene non si dedichi al repertorio sacro in chiave devozionale o liturgica, Britten infonde a tutta la sua produzione uno sguardo etico nel quale la fede passa attraverso la responsabilità umana delle azioni. In questo ambito va considerato anche il suo impegno su partiture per voci bianche o per piccoli musicisti. Esso ha un valore fondamentale nella sua poetica perché più che ridursi a semplice parentesi didattica, rientra nel suo più ampio concetto sociale per il quale lo studio amatoriale della musica dovrebbe essere patrimonio di ogni individuo. Se The Young Person’s Guide to the Orchestra, op. 34 nasce nel 1946, su commissione, per il documentario didattico The Instruments of the Orchestra di Eric Crozier (librettista tra l’altro di Billy Budd e amico del compositore) e con la chiara dedica «con affetto ai bambini di John e Jean Maud: Humphrey, Pamela, Caroline e Virginia, per la loro formazione e il loro divertimento», le altre pagine britteniane per piccoli musicisti rivelano un più variegato interesse che riguarda anche la voce bianca in sé. Per il compositore essa rappresenta un altro livello espressivo dell’organo di fonazione in grado di aggiungere sostanza drammaturgica ai testi: in The Turn of the Screw op. 54 la usa per metterne in risalto l’aspetto ambiguo e inquietante; altrove (in The Golden Vanity, per esempio) la sfrutta proprio perché priva di sensualità e duttile anche in chiave antimilitarista (Children’s Crusade, op. 82) per restituire quell’idea di “purezza” che spesso le viene associata (A Ceremony of Carols, op. 28).
È in questo contesto stilistico che si può collocare Noye’s Fludde, op. 59, prova concreta di come Britten intenda estendere il concetto di teatralità musicale alla partecipazione comunitaria.
Composta nel 1957 e basata sul Chester Miracle Play, un mistero medievale inglese nato nella città inglese nota per le sacre rappresentazioni, fu concepita come opera-sacra da eseguirsi in chiesa o nelle scuole, con la partecipazione di interpreti non professionisti (bambini e comunità locali) accanto a musicisti professionisti. Commissionata dalla Church Music Society e rappresentata per la prima volta il 18 giugno 1958 al Festival di Aldeburgh, Noye’s Fludde si inscrive in una tradizione di musica liturgica popolare in cui la scelta di un testo arcaizzante e l’uso di materiale sonoro sostanzialmente semplice riflettono la volontà di Britten di mettere al centro l’esperienza musicale collettiva.
Costruita su una base drammaturgica semplice in cui la chiarezza narrativa è privilegiata, nell’Arca britteniana si alternano episodi corali, interventi solistici (Noè, sua moglie, i figli) e numeri per coro di bambini e per animali.
L’attenzione alla vocalità dei più piccoli lo spinge verso la formulazione di melodie semplici, di disarmante purezza e facilmente memorizzabili, spesso pentatoniche o modali mentre, sul piano ritmico, si avvale dell’uso di ostinati e figurazioni ripetitive dal carattere fortemente riconoscibile. L’orchestrazione invece concorre alla drammaturgia creando contrasti drammatici ben marcati in cui si giustappongono momenti di intimità corale, episodi solenni e sequenze percussive legate alla descrizione delle acque.
Al di là dell’apparente semplicità della vicenda narrata (la costruzione dell’arca in vista del diluvio), in Noye’s Fludde, sono presenti alcuni delle tematiche care a Britten. Contenuti come il confronto tra individuo e comunità (Noè / i pettegoli, in questo caso) erano già presenti in Peter Grimes op. 33 (1944), mentre la dimensione legata al dilemma morale permea opere come Bully Budd op. 50 (1951).
Alto esempio dell’attenzione di Britten per la parola cantata, Noye’s Fludde è in qualche modo il paradigma di una prosodia curata all’estremo e nel rispetto del testo medioinglese cui si adattano perfettamente le linee melodiche, in un gioco di apparente semplicità che nasconde un’attenzione sofisticata per la voce.
Già alla sua prima, L’arca ebbe un impatto notevole per la sua originalità pedagogica e per la capacità di coinvolgimento. Spesso eseguita in contesti parrocchiali, scolastici e concertistici, si è consolidata nel tempo come opera “viva”, ovvero tassello fondamentale della pratica musicale comunitaria con valore sociale.
L’arca di Noè, punto di convergenza delle principali istanze artistiche di Britten, nella sua piccola dimensione, riflette pienamente l’estetica di fondo e la sensibilità del compositore attraverso un gesto radicale in cui arte, spettacolo e società si muovono in uno spazio performativo condiviso. E, forse, questa è l’eredità più significativa lasciata da Britten: l’aver dimostrato che il teatro musicale può ancora essere luogo di coscienza e che l’innocenza, anche quando minacciata, non è mai del tutto perduta.
Questo allestimento dell’Arca di Noè nasce, in qualche modo, da un tradimento e da un pentimento. Come noto, infatti, Britten – oltre a pensare l’opera come a un’occasione di incontro fra musicisti di diversa estrazione, professionisti e dilettanti, maestri e studenti – aveva espresso una preferenza per rappresentazioni in chiese o grandi sale pubbliche anziché in teatro.
Proprio per questo, oltre che (inutile negarlo) per esigenze pratiche – di quelle però che aguzzano l’ingegno – abbiamo compiuto alcune scelte volte a recuperare la dimensione “popolare” che i velluti e gli ori del teatro avrebbero potuto soffocare.
Gli interpreti delle grandi masse (il coro dei bambini che incarnano gli animali dell’arca) vestono maschere zoomorfe su abiti contemporanei: perché i problemi dell’ambiente sono alla base del nostro vivere, e dunque non bisogna distanziare una storia di tempesta e cataclismi naturali, ma anzi avvicinarla, come a farne un tutt’uno con l’esperienza di chi vive oggi, di chi siede fra gli spettatori.
Tuttavia, per mostrare come le tematiche di oggi nascondano un eterno cuore di confronto tra l’uomo e il pianeta, tra l’uomo e la religiosità, tra l’uomo e l’uomo, non si possono neanche abbandonare gli archetipi di tradizione, quelli alla base di un sistema iconografico e di eredità culturale da cui tutti siamo dipendenti e che non va disconosciuto.
Ecco perché, invece, Noè, sua moglie e gli altri personaggi “solisti” indossano costumi dalla linea più consueta, recuperati però fra autentici abiti usati in processioni devozionali e feste popolari: perché anche il richiamo alle convenzioni e alla tradizione non perda di vista, inseguendo fantasmi solo estetici, il dialogo fra palco e platea, ma sia figlio anch’esso di una sorta di dimensione collettiva che in fondo rispecchia la logica del protagonista – Noè è sì un singolo individuo che si assume un rischio e sceglie di aderire a un’altissima missione, ma lo fa per il mondo intero, per salvare insieme tutti i viventi, segnando dunque il passaggio dall’egoismo dell’autoconservazione alla consapevolezza della coabitazione.
Gran parte dell’efficacia (almeno auspicata!) della messinscena è poi legata alla magnifica arca realizzata, insieme con le maschere, dagli allievi di scenografia del Liceo Giordano Bruno di Albenga sotto la guida dei loro insegnanti; un’arca praticabile, che si compone e si scompone a mano, esattamente come a mano sono manovrati i fondali e tutta l’attrezzeria, senza nascondere, per così dire, il “meccanismo”. Anche qui, non interessano tanto l’apparato illusionistico o gli “effetti speciali”: certo, è anche perché si fa di necessità virtù, ma noi crediamo di avere così trovato una virtù autentica, anzi “magica”, come quella di Norina. Una virtù che esibisce senza infingimenti il lavoro artigianale (come artigianale è l’opera di Noè nel realizzare la propria casa galleggiante) e la dimensione collaborativa: non ci si salva da soli, né sull’arca né oggi, ed è bene mostrare tanto la necessità della catena sociale quanto la concreta realtà dell’impegno di chi lavora per creare, con il teatro, un mondo fittizio ma autentico, da guardare incantati ma senza dimenticare che è un altrove, un gioco, un’ipotesi in cui è bene si rispecchi la nostra quotidianità circondata da differenti, ma non meno gravi, minacce di diluvio.
Un progetto per Savona
Con Giovani all’Opera 2.0, il Teatro dell’Opera Giocosa consolida la trentennale esperienza nella creazione di progetti di educazione all’ascolto della musica dal vivo rivolti soprattutto ai giovani e a quanti non si sono mai accostati al mondo del teatro musicale. Articolato nelle tre branche: “Dentro l’Opera”; “Mettere in scena” e “On stage”, Giovani all’Opera 2.0 viene incontro al bisogno di vivificare l’idea dell’opera lirica rendendola attrattiva per il pubblico dei più giovani che possono vedere nel mondo del teatro musicale anche una ulteriore opportunità di lavoro e degli sbocchi professionali. È all’interno di “On stage” che si colloca la realizzazione de L’arca di Noè di Benjamin Britten cui hanno preso parte gli allievi delle scuole a indirizzo musicale di Savona e provincia, chiamati a preparare, provare e realizzare in scena sia le parti strumentali sia le parti vocali di quest’opera che il compositore inglese scrisse proprio per piccoli musicisti non professionisti. Per le parti musicali, sotto la supervisione di Massimiliano Piccioli e col coordinamento di Giovanni Sardo, sono stati impegnati gli allievi delle scuole: Secondaria di I grado Guidobono di Savona (coordinatore Massimiliano Patetta); Istituto Comprensivo Varazze- Celle (coordinatrice Elisabetta Rossi); Istituto Comprensivo Cairo Montenotte (coordinatrice Simonetta Scagliotti); Istituto Comprensivo Loano-Boissano (coordinatrice Antonella Carosini). A loro si sono unite le accademie: Piccola Accademia dell’arte di Albisola Marina (coordinatrice (Elisabetta Rossi) e Accademia Teresiana di Savona (coordinatore Igor Barra). La parte scenografica è stata curata dagli allievi del Liceo Artistico Giordano Bruno di Albenga, sotto la guida dei docenti: Pietro Marchese, Arianna Rossello, Leda Cupelli, Stefania Loreto e degli insegnanti di sostegno Elena Gatti, Sara Casale, Alessandra Mistretta.
Stagione Lirica Estiva 2026
L’arca di Noè
Teatro Chiabrera,
Savona
sabato
6
Giugno, ore
18:00

Libretto basato sull’English Miracle Plays, Moralities and Interludes
Prima rappresentazione: Oxford, Chiesa di San Bartolomeo, 18 giugno 1958
| Personaggi | Interpreti | |
|---|---|---|
| La voce di Dio | Carlo Deprati | |
| Noè | Matteo Peirone | |
| Moglie di Noè | Linda Campanella | |
| Sem, Cam e Iafet | Sara Ilic, Alice De Giovanna, Denise Colla | |
| Mogli di Sem, Cam e Iafet | Beatrice Ballo, Debora Tresanini, Valeria Laino | |
| Mogli chiacchierone di Noè | Nicoletta Storace, Mosquera Johanna |
Direttore Massimiliano Piccioli
Regia Jacopo Marchisio
Aiuto Regista Michela Castellani
Scene Liceo Giordano Bruno di Albenga, Sezione di scenografia
ORCHESTRA SINFONICA DI SAVONA
Coro e orchestra degli studenti delle scuole a indirizzo musicale di Savona e provincia
Nuovo Allestimento
Benjamin Britten tra umano e divino
Iniziare un viaggio nel mondo di Benjamin Britten (Lowestoft, 1913 – Aldeburgh, 1976), del quale quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte, significa intraprendere anche un percorso all’interno della sua anima, senza stupirsi nello scoprire come la sua “umanissima spiritualità” – per dirla con Alessandro Macchia – sia sempre stata parte integrante della sua ispirazione (forte della sua fede, lo stesso Britten dichiarò che, forse, la sua produzione era tutta composta per la maggior gloria di Dio).
Precocissimo talento musicale e figura chiave della musica britannica del XX secolo, Britten ha avuto il merito di coniugare la modernità del linguaggio musicale all’accessibilità, tenendo come punto fermo l’attenzione al testo. Senza percorrere necessariamente certe astrazioni della sperimentazione, ha fatto della voce umana un elemento portante della sua produzione, fino a ridefinire i parametri dell’opera inglese restituendole un’identità precisa grazie alla quale gli è stato possibile ripopolare la scena di figure marginali, unite da un fil rouge (cristianissimo) che vuole l’innocenza gracile fino al sacrificio esposta costantemente alla violenza del mondo.
Visionario, obiettore di coscienza durante la Seconda Guerra Mondiale, latore di una virilità “dissidente”, attento ai temi morali, non ascrivibile a questa o quella corrente, disinteressato all’arte come mero esercizio di stile, affettuoso conoscitore del passato, Benjamin Britten è esponente di un cristianesimo improntato al concetto di Personalismo comunitario di Emmanuel Mounier e si comprende come, dunque, sostituendo al concetto di individuo quello di persona, sia possibile leggere sotto una luce umanissima le sue partiture ma anche e soprattutto il suo impegno sociale e educativo.
Sebbene non si dedichi al repertorio sacro in chiave devozionale o liturgica, Britten infonde a tutta la sua produzione uno sguardo etico nel quale la fede passa attraverso la responsabilità umana delle azioni. In questo ambito va considerato anche il suo impegno su partiture per voci bianche o per piccoli musicisti. Esso ha un valore fondamentale nella sua poetica perché più che ridursi a semplice parentesi didattica, rientra nel suo più ampio concetto sociale per il quale lo studio amatoriale della musica dovrebbe essere patrimonio di ogni individuo. Se The Young Person’s Guide to the Orchestra, op. 34 nasce nel 1946, su commissione, per il documentario didattico The Instruments of the Orchestra di Eric Crozier (librettista tra l’altro di Billy Budd e amico del compositore) e con la chiara dedica «con affetto ai bambini di John e Jean Maud: Humphrey, Pamela, Caroline e Virginia, per la loro formazione e il loro divertimento», le altre pagine britteniane per piccoli musicisti rivelano un più variegato interesse che riguarda anche la voce bianca in sé. Per il compositore essa rappresenta un altro livello espressivo dell’organo di fonazione in grado di aggiungere sostanza drammaturgica ai testi: in The Turn of the Screw op. 54 la usa per metterne in risalto l’aspetto ambiguo e inquietante; altrove (in The Golden Vanity, per esempio) la sfrutta proprio perché priva di sensualità e duttile anche in chiave antimilitarista (Children’s Crusade, op. 82) per restituire quell’idea di “purezza” che spesso le viene associata (A Ceremony of Carols, op. 28).
È in questo contesto stilistico che si può collocare Noye’s Fludde, op. 59, prova concreta di come Britten intenda estendere il concetto di teatralità musicale alla partecipazione comunitaria.
Composta nel 1957 e basata sul Chester Miracle Play, un mistero medievale inglese nato nella città inglese nota per le sacre rappresentazioni, fu concepita come opera-sacra da eseguirsi in chiesa o nelle scuole, con la partecipazione di interpreti non professionisti (bambini e comunità locali) accanto a musicisti professionisti. Commissionata dalla Church Music Society e rappresentata per la prima volta il 18 giugno 1958 al Festival di Aldeburgh, Noye’s Fludde si inscrive in una tradizione di musica liturgica popolare in cui la scelta di un testo arcaizzante e l’uso di materiale sonoro sostanzialmente semplice riflettono la volontà di Britten di mettere al centro l’esperienza musicale collettiva.
Costruita su una base drammaturgica semplice in cui la chiarezza narrativa è privilegiata, nell’Arca britteniana si alternano episodi corali, interventi solistici (Noè, sua moglie, i figli) e numeri per coro di bambini e per animali.
L’attenzione alla vocalità dei più piccoli lo spinge verso la formulazione di melodie semplici, di disarmante purezza e facilmente memorizzabili, spesso pentatoniche o modali mentre, sul piano ritmico, si avvale dell’uso di ostinati e figurazioni ripetitive dal carattere fortemente riconoscibile. L’orchestrazione invece concorre alla drammaturgia creando contrasti drammatici ben marcati in cui si giustappongono momenti di intimità corale, episodi solenni e sequenze percussive legate alla descrizione delle acque.
Al di là dell’apparente semplicità della vicenda narrata (la costruzione dell’arca in vista del diluvio), in Noye’s Fludde, sono presenti alcuni delle tematiche care a Britten. Contenuti come il confronto tra individuo e comunità (Noè / i pettegoli, in questo caso) erano già presenti in Peter Grimes op. 33 (1944), mentre la dimensione legata al dilemma morale permea opere come Bully Budd op. 50 (1951).
Alto esempio dell’attenzione di Britten per la parola cantata, Noye’s Fludde è in qualche modo il paradigma di una prosodia curata all’estremo e nel rispetto del testo medioinglese cui si adattano perfettamente le linee melodiche, in un gioco di apparente semplicità che nasconde un’attenzione sofisticata per la voce.
Già alla sua prima, L’arca ebbe un impatto notevole per la sua originalità pedagogica e per la capacità di coinvolgimento. Spesso eseguita in contesti parrocchiali, scolastici e concertistici, si è consolidata nel tempo come opera “viva”, ovvero tassello fondamentale della pratica musicale comunitaria con valore sociale.
L’arca di Noè, punto di convergenza delle principali istanze artistiche di Britten, nella sua piccola dimensione, riflette pienamente l’estetica di fondo e la sensibilità del compositore attraverso un gesto radicale in cui arte, spettacolo e società si muovono in uno spazio performativo condiviso. E, forse, questa è l’eredità più significativa lasciata da Britten: l’aver dimostrato che il teatro musicale può ancora essere luogo di coscienza e che l’innocenza, anche quando minacciata, non è mai del tutto perduta.
Questo allestimento dell’Arca di Noè nasce, in qualche modo, da un tradimento e da un pentimento. Come noto, infatti, Britten – oltre a pensare l’opera come a un’occasione di incontro fra musicisti di diversa estrazione, professionisti e dilettanti, maestri e studenti – aveva espresso una preferenza per rappresentazioni in chiese o grandi sale pubbliche anziché in teatro.
Proprio per questo, oltre che (inutile negarlo) per esigenze pratiche – di quelle però che aguzzano l’ingegno – abbiamo compiuto alcune scelte volte a recuperare la dimensione “popolare” che i velluti e gli ori del teatro avrebbero potuto soffocare.
Gli interpreti delle grandi masse (il coro dei bambini che incarnano gli animali dell’arca) vestono maschere zoomorfe su abiti contemporanei: perché i problemi dell’ambiente sono alla base del nostro vivere, e dunque non bisogna distanziare una storia di tempesta e cataclismi naturali, ma anzi avvicinarla, come a farne un tutt’uno con l’esperienza di chi vive oggi, di chi siede fra gli spettatori.
Tuttavia, per mostrare come le tematiche di oggi nascondano un eterno cuore di confronto tra l’uomo e il pianeta, tra l’uomo e la religiosità, tra l’uomo e l’uomo, non si possono neanche abbandonare gli archetipi di tradizione, quelli alla base di un sistema iconografico e di eredità culturale da cui tutti siamo dipendenti e che non va disconosciuto.
Ecco perché, invece, Noè, sua moglie e gli altri personaggi “solisti” indossano costumi dalla linea più consueta, recuperati però fra autentici abiti usati in processioni devozionali e feste popolari: perché anche il richiamo alle convenzioni e alla tradizione non perda di vista, inseguendo fantasmi solo estetici, il dialogo fra palco e platea, ma sia figlio anch’esso di una sorta di dimensione collettiva che in fondo rispecchia la logica del protagonista – Noè è sì un singolo individuo che si assume un rischio e sceglie di aderire a un’altissima missione, ma lo fa per il mondo intero, per salvare insieme tutti i viventi, segnando dunque il passaggio dall’egoismo dell’autoconservazione alla consapevolezza della coabitazione.
Gran parte dell’efficacia (almeno auspicata!) della messinscena è poi legata alla magnifica arca realizzata, insieme con le maschere, dagli allievi di scenografia del Liceo Giordano Bruno di Albenga sotto la guida dei loro insegnanti; un’arca praticabile, che si compone e si scompone a mano, esattamente come a mano sono manovrati i fondali e tutta l’attrezzeria, senza nascondere, per così dire, il “meccanismo”. Anche qui, non interessano tanto l’apparato illusionistico o gli “effetti speciali”: certo, è anche perché si fa di necessità virtù, ma noi crediamo di avere così trovato una virtù autentica, anzi “magica”, come quella di Norina. Una virtù che esibisce senza infingimenti il lavoro artigianale (come artigianale è l’opera di Noè nel realizzare la propria casa galleggiante) e la dimensione collaborativa: non ci si salva da soli, né sull’arca né oggi, ed è bene mostrare tanto la necessità della catena sociale quanto la concreta realtà dell’impegno di chi lavora per creare, con il teatro, un mondo fittizio ma autentico, da guardare incantati ma senza dimenticare che è un altrove, un gioco, un’ipotesi in cui è bene si rispecchi la nostra quotidianità circondata da differenti, ma non meno gravi, minacce di diluvio.
Un progetto per Savona
Con Giovani all’Opera 2.0, il Teatro dell’Opera Giocosa consolida la trentennale esperienza nella creazione di progetti di educazione all’ascolto della musica dal vivo rivolti soprattutto ai giovani e a quanti non si sono mai accostati al mondo del teatro musicale. Articolato nelle tre branche: “Dentro l’Opera”; “Mettere in scena” e “On stage”, Giovani all’Opera 2.0 viene incontro al bisogno di vivificare l’idea dell’opera lirica rendendola attrattiva per il pubblico dei più giovani che possono vedere nel mondo del teatro musicale anche una ulteriore opportunità di lavoro e degli sbocchi professionali. È all’interno di “On stage” che si colloca la realizzazione de L’arca di Noè di Benjamin Britten cui hanno preso parte gli allievi delle scuole a indirizzo musicale di Savona e provincia, chiamati a preparare, provare e realizzare in scena sia le parti strumentali sia le parti vocali di quest’opera che il compositore inglese scrisse proprio per piccoli musicisti non professionisti. Per le parti musicali, sotto la supervisione di Massimiliano Piccioli e col coordinamento di Giovanni Sardo, sono stati impegnati gli allievi delle scuole: Secondaria di I grado Guidobono di Savona (coordinatore Massimiliano Patetta); Istituto Comprensivo Varazze- Celle (coordinatrice Elisabetta Rossi); Istituto Comprensivo Cairo Montenotte (coordinatrice Simonetta Scagliotti); Istituto Comprensivo Loano-Boissano (coordinatrice Antonella Carosini). A loro si sono unite le accademie: Piccola Accademia dell’arte di Albisola Marina (coordinatrice (Elisabetta Rossi) e Accademia Teresiana di Savona (coordinatore Igor Barra). La parte scenografica è stata curata dagli allievi del Liceo Artistico Giordano Bruno di Albenga, sotto la guida dei docenti: Pietro Marchese, Arianna Rossello, Leda Cupelli, Stefania Loreto e degli insegnanti di sostegno Elena Gatti, Sara Casale, Alessandra Mistretta.








