Note di regia
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Note di regia
Questo allestimento dell’Arca di Noè nasce, in qualche modo, da un tradimento e da un pentimento. Come noto, infatti, Britten – oltre a pensare l’opera come a un’occasione di incontro fra musicisti di diversa estrazione, professionisti e dilettanti, maestri e studenti – aveva espresso una preferenza per rappresentazioni in chiese o grandi sale pubbliche anziché in teatro.
Proprio per questo, oltre che (inutile negarlo) per esigenze pratiche – di quelle però che aguzzano l’ingegno – abbiamo compiuto alcune scelte volte a recuperare la dimensione “popolare” che i velluti e gli ori del teatro avrebbero potuto soffocare.
Gli interpreti delle grandi masse (il coro dei bambini che incarnano gli animali dell’arca) vestono maschere zoomorfe su abiti contemporanei: perché i problemi dell’ambiente sono alla base del nostro vivere, e dunque non bisogna distanziare una storia di tempesta e cataclismi naturali, ma anzi avvicinarla, come a farne un tutt’uno con l’esperienza di chi vive oggi, di chi siede fra gli spettatori.
Tuttavia, per mostrare come le tematiche di oggi nascondano un eterno cuore di confronto tra l’uomo e il pianeta, tra l’uomo e la religiosità, tra l’uomo e l’uomo, non si possono neanche abbandonare gli archetipi di tradizione, quelli alla base di un sistema iconografico e di eredità culturale da cui tutti siamo dipendenti e che non va disconosciuto.
Ecco perché, invece, Noè, sua moglie e gli altri personaggi “solisti” indossano costumi dalla linea più consueta, recuperati però fra autentici abiti usati in processioni devozionali e feste popolari: perché anche il richiamo alle convenzioni e alla tradizione non perda di vista, inseguendo fantasmi solo estetici, il dialogo fra palco e platea, ma sia figlio anch’esso di una sorta di dimensione collettiva che in fondo rispecchia la logica del protagonista – Noè è sì un singolo individuo che si assume un rischio e sceglie di aderire a un’altissima missione, ma lo fa per il mondo intero, per salvare insieme tutti i viventi, segnando dunque il passaggio dall’egoismo dell’autoconservazione alla consapevolezza della coabitazione.
Gran parte dell’efficacia (almeno auspicata!) della messinscena è poi legata alla magnifica arca realizzata, insieme con le maschere, dagli allievi di scenografia del Liceo Giordano Bruno di Albenga sotto la guida dei loro insegnanti; un’arca praticabile, che si compone e si scompone a mano, esattamente come a mano sono manovrati i fondali e tutta l’attrezzeria, senza nascondere, per così dire, il “meccanismo”. Anche qui, non interessano tanto l’apparato illusionistico o gli “effetti speciali”: certo, è anche perché si fa di necessità virtù, ma noi crediamo di avere così trovato una virtù autentica, anzi “magica”, come quella di Norina. Una virtù che esibisce senza infingimenti il lavoro artigianale (come artigianale è l’opera di Noè nel realizzare la propria casa galleggiante) e la dimensione collaborativa: non ci si salva da soli, né sull’arca né oggi, ed è bene mostrare tanto la necessità della catena sociale quanto la concreta realtà dell’impegno di chi lavora per creare, con il teatro, un mondo fittizio ma autentico, da guardare incantati ma senza dimenticare che è un altrove, un gioco, un’ipotesi in cui è bene si rispecchi la nostra quotidianità circondata da differenti, ma non meno gravi, minacce di diluvio.
Jacopo Marchisio


